Il Generale Antonio Cantore

Il 20 luglio ricorre il 101esimo dalla sua morte, nell’occasione ci sembra opportuno tratteggiare ancora una volta la figura del “nostro” generale Antonio Cantore.
Antonio Cantore con il cappello alpino
Antonio Cantore con il cappello alpino

Il generale Antonio Cantore era nato a Sampierdarena nel 1860. Uscito dalla Scuola Militare di Modena nel 1886, prestò dapprima servizio, quale ufficiale inferiore, in fanteria; raggiunto, quindi, il grado di maggiore, dopo aver seguito i corsi della Scuola di guerra passò negli alpini, rimanendo poi in quel corpo fino alla promozione a colonnello, avvenuta nel 1908, e diventando “l’alpino” quasi per antonomasia, sia per la sua passione per la montagna, sia per la grande popolarità da lui acquistata tra gli alpini. Con la promozione a colonnello, Cantore fu assegnato al comando di un reggimento di fanteria, l’88°.

Pochi mesi dopo, però, rientrava negli alpini, per assumere il comando dell’8° reggimento, di nuova formazione. A quella nuova unità Cantore diede tutta la sua anima di vecchio alpino, tanto da far sì che l’8° fosse denominato, addirittura, “il reggimento Cantore “, e quando egli poté condurre in Libia i suoi battaglioni, il Ge­mona, il Tolmezzo, il Cividale, cui più tardi sì aggiunsero il Vestone ed il Feltre, si videro subito i frutti del suo insegnamento e della sua guida. Promosso maggior generale nei primi mesi del 1914, Cantore fu nominato comandante della brigata Pinerolo, ma anche questa volta la sua permanenza in fanteria fu molto breve: sei mesi dopo, infatti, era comandante della 3° brigata alpina.

LE PRIME OPERAZIONI DELLA GRANDE GUERRA

Allo scoppio della Grande Guerra, Cantore con la sua brigata ebbe il comando del settore Baldo-Lessini, alle dipendenze del comando della fortezza di Verona, le cui truppe avevano il compito di agire tra la

Il cappello con il foro della palla che lo ha ucciso
Il cappello con il foro della palla che lo ha ucciso

sponda orientale del Garda ed il passo della Lora. Nella notte del 24 maggio, Cantore andò di slancio a piantarsi sull’Altissimo, sfidando le artiglierie poste sul Biaena. Disceso, quindi, in Val d’Adige, Cantore piombò su Ala, ed il giorno 27, dopo un vivace combattimento, se ne impadronì. Anche quel giorno, egli era andato sempre in testa a tutti. Racconta chi lo vide: “ Giunto nella piazza del paese, si fermò, per dare ordini. Si appoggiò ad un muro, e vicino a lui una vetrina fu crivellata di proiettili; il calcinaccio del muro si scrostava per l’urto delle palle.

Vennero almeno dieci ufficiali a pregarlo di allontanarsi, ma egli si limitava a dar loro degli ordini e sorrideva”. Presa Ala, ai primi di giugno la nostra occupazione fu spinta fin oltre Serravalle e sul Zugna Torta, ma ben presto comparvero le prime trincee e i primi reticolati. In un suo rapporto del 9 giugno, il generale Cantore stesso diceva di essersi recato, personalmente, in ricognizione verso Talpina, e di avervi trovato una forte linea di trincee di calcestruzzo, protetta da ben tre ordini di robusti reticolati. E per rompere questi, sarebbero state necessarie quelle artiglierie, che dovevano ancora arrivare. Fu inevitabile, quindi, una sosta, quando già la visione di Trento non lontana sorrideva al pensiero dei soldati di Cantore. Ma uno di loro argutamente commentò: “ Co no ghe sarà più Cantore, Trento lo vardaremo col binocolo”

LA NASCITA DEL MITO DI CANTORE
I funerali a Cortina
I funerali a Cortina

Negli ultimi giorni di giugno, il generale fu promosso comandante di divisione, e passò ad assumere il comando della 2° divisione, nella zona di Cortina d’Ampezzo. Qui nacque la leggenda di Cantore. Dopo numerosi tentativi da parte delle truppe italiane di conquistare il Castelletto, una roccia quadrata e tozza, alta 2640 metri, annidata tra la Tofana prima e la seconda, ritenuto, data la sua posizione, pressoché inespugnabile, tanto che per oltre un anno rimase in mano agli austriaci, resistendo ad tentativo di conquista, il comando del IX Corpo d’armata si vide, obbligato a sospendere ogni azione, in attesa, soprattutto, che giungessero le artiglierie di medio calibro di cui il Comando Supremo aveva annunciato il prossimo arrivo.

Fu di quei giorni di sosta, che il generale Cantore approfittò, per esaminare più attentamente la situazione e formulare un nuovo piano d’azione, da sottoporre ai Comandi superiori. Egli vide, cioè, che l’unica possibilità di successo poteva esser data da un attacco d’insieme, da parte dei due Corpi d’Armata schierati nella zona, all’intera linea nemica, dalla valle Ansiei fino al Col di Lana. E poiché Antonio Cantore tendeva, per sua natura, ad andare sempre più « avanti », com’egli soleva dire con il suo accento genovese, fu ben lieto quando apprese che la nuova e più vasta azione da lui proposta avrebbe avuto inizio il giorno 7 luglio, e che a lui stesso sarebbe stato affidato un incarico di estrema importanza. La partita, però, non era ancora finita. Si affacciava alla mente del generale una nuova possibilità: cercare di occupare un’altra forte posizione, la “Forcella di Fontana Negra” , incassata, anch’essa, tra le due Tofane, e di lassù, poi, tentare di cadere alle spalle del “Castelletto” e, forse, impadronirsene. Quella “Forcella”, però, si sapeva ch’era un altro osso duro, e perciò Cantore indugiò qualche giorno, per studiare gli itinerari e predisporne i mezzi più adatti per la riuscita della nuova, arditissima impresa.

LA MORTE DEL GENERALE
Il cippo dove è caduto
Il cippo dove è caduto

Nel pomeriggio del 20 luglio, poi, si risolse ad andare, egli stesso, a fare una ricognizione verso la temuta posizione.”Andiamo a vedere!” disse Cantore, come al solito, e partì accompagnato soltanto da un capitano di Stato Maggiore e da un sergente. Fatto segno a qualche fucilata lungo la salita, Cantore proseguì, come sempre, calmo ed imperterrito, impugnando il suo abituale rustico bastone. Giunto verso sera in un posto che gli parve adatto per una buona osservazione, si appoggiò ad un parapetto di roccia e si diede a scrutare col binocolo le posizioni avversarie.

Ma l’occhio era ormai miope e stanco, ed il generale, noncurante del pericolo cui si esponeva, non esitò a protendersi fuori del riparo, per meglio vedere.Un primo colpo di proiettile lo sfiora appena. Gli ufficiali gli dicono di stare indietro, ma Cantore è impavido, non ha paura di niente, insiste, si sporge di nuovo. E il cecchino austriaco stavolta non sbaglia la mira. Fu un attimo. Una pallottola foratagli la visiera dei berretto, gli trapassò la fronte, fulminandolo. I suoi fedeli alpini ne riportarono il corpo, coperto di fiori di montagna, a Cortina, dove oggi sorge il suo monumento, che guarda verso le sue montagne. Il corpo fu sepolto dopo la guerra nell’ossario di Pocol sopra Cortina.

CONCLUSIONI
La tomba nel Sacrario di Pocol
La tomba nel Sacrario di Pocol

Ci si domanda come in quei tempi un Colonnello, un Generale, così lontani dalla mentalità e dal sentire della massa grigia dei combattenti, potesse entrare nelle simpatie dei subordinati: la risposta sta proprio nella personalità di Cantore, comandante lontanissimo dagli standard comportamentali e bellici allora in voga.

Antonio Cantore, nel ricordo di alcuni suoi Ufficiali subalterni, aveva un temperamento difficile, chiuso, autoritario; era di modi bruschi e spicci, dal “cicchetto” facile e ad un primo impatto induceva al risentimento. Ma presto tutti si accorgevano che la sua scorza nascondeva una forte desiderio di porre i suoi soldati nelle migliori condizioni per arrivare al successo. L’atteggiamento brusco nascondeva l’affetto e la preoccupazione per i suoi Alpini.
Soprattutto era un Comandante che non ordinava di “andare avanti”, ma andava avanti per primo! Inaudito, in quei tempi. E i soldati, ma lentamente anche gli Ufficiali, incominciarono ad apprezzarne le doti, a ritenerlo “uno di loro”. Ne è un esempio il fiorire di nomignoli inconsueti se riferiti al Comandante: “el vecio”, “Toni”, “el Colonel Toni”.

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