Enrico Toti un personaggio eccezionale

Enrico Toti in trincea
Enrico Toti in trincea
Enrico Toti era un individuo eccezionale, per coraggio e forza d’animo, anche se su di lui, specie sotto il fascismo, si è spesa forse troppa retorica.

Oggi, a cento anni dalla morte di Enrico Toti nella Prima guerra mondiale, autori come Lucio Fabi mettono in dubbio la versione dei fatti tramandata a partire da quel 6 agosto 1916 che vide il mutilato romano, privo della gamba sinistra, cadere ucciso nei pressi di Monfalcone. Difficile dire, per esempio, se il suo ultimo gesto fu davvero gettare la stampella contro il nemico in segno di sfida, benché quell’atto sia coerente con quello che conosciamo del personaggio.

Ma se è legittimo investigare su quanto di reale e quanto di costruito vi sia nel mito di Toti, non si può negare il valore di un uomo che, nonostante la sua condizione gravemente menomata, volle ad ogni costo servire la patria e finì per sacrificare la vita al fronte, quando avrebbe potuto rimanere a casa indisturbato.

La vita

Amava la vita, Enrico Toti, ma anche la morte, «se si sa ben morire» come egli stesso scriveva alla famiglia. Se ancora è impressa nella memoria collettiva la sua morte eroica, in pochi conoscono l’eroismo della sua vita che fu acceso ed esaltato alla massima potenza da un orribile incidente.

Enrico Toti bersagliere ciclista
Enrico Toti bersagliere ciclista

Nato nel 1882, appena quattordicenne, si era arruolato nella Regia Marina, prima come mozzo specialista e poi come elettricista scelto. In quegli anni, ebbe il battesimo del fuoco nei conflitti navali con i pirati che infestavano le coste dell’Eritrea. Nel 1907 fu assunto nel servizio ferroviario come fuochista. L’anno dopo, mentre lavorava fra due locomotive presso la stazione di Colleferro, a causa dello spostamento delle due macchine, Toti scivolò rimanendo con la gamba sinistra sotto le ruote. Subito portato in ospedale, l’arto gli fu amputato a livello del bacino.

Le imprese ciclistiche

Non cedette alla disperazione, tutt’altro. Forte della sua esperienza come ciclista, divenne il primo atleta “paralimpico” e, nel 1911, intraprese, con una bicicletta dotata di un pedale unico, da lui stesso modificata, il giro del mondo. Passando prima per Francia e Belgio, raggiunse l’Europa settentrionale, la Norvegia, fino alla Lapponia dove, bloccato dal ghiaccio, convisse con gli esquimesi per qualche mese.

Arrivato a Mosca, ridiscese in Italia passando per la Polonia e l’Austria. L’anno dopo, intraprese un altro viaggio impossibile in Africa e giunse fino al Sudan, dove le autorità inglesi non lo lasciarono proseguire senza scorta di carovana. (Forse non fu un male, dato che Toti voleva incontrare il popolo dei Gnam-gnam, tristemente noti per essere cannibali).

In totale, percorse in bici 20.000 km, fra tormente di neve, ghiacci, lupi, iene, sciacalli subendo ogni genere di privazione. Di sponsor nemmeno l’ombra: si manteneva, durante queste imprese, mettendo a frutto il suo ingegno multiforme: disegnava caricature, insegnava l’italiano, dava piccoli spettacoli acrobatici esibendosi con la sua bicicletta speciale.

Toti non aveva solo un corpo atletico, totalmente sotto il suo dominio, ma anche un’intelligenza vulcanica e creativa. Come inventore brevettò diversi congegni per la vita quotidiana. Fra questi, una benda di sicurezza che calava automaticamente sugli occhi di un cavallo imbizzarrito, tranquillizzandolo immediatamente. Fu anche imprenditore: al ritorno dall’Africa, aprì una falegnameria con dieci dipendenti, che gli procurò una vita agiata e tranquilla.

L’impegno in guerra

Nel ‘15, l’entrata in guerra dell’Italia gli fece sentire il peso della sua disabilità: non poteva tollerare di rimanere a casa mentre sul fronte avrebbe potuto rendersi utile. Le sue domande di arruolamento vennero regolarmente respinte, a causa della sua menomazione. Ma se la locomotiva che gli maciullò la gamba non aveva potuto fermarlo, difficilmente lo avrebbe potuto ostacolare la burocrazia.

Enrico Toti, i funerali a Monfalcone
Enrico Toti, i funerali a Monfalcone

Vestì l’uniforme di sua iniziativa, senza stellette, e partì per il fronte. Arrivò nella zona di guerra con l’intento di aggregarsi agli Alpini, ma fu bloccato dal fuoco nemico. Allora andò in trincea, sperando di poter prestare la sua opera volontaria per qualche corpo, qui fu accolto come civile volontario e adibito ai “servizi non attivi”. Una sera, però, fermato da una pattuglia di carabinieri a Monfalcone, fu obbligato a tornare alla vita civile.

Nel gennaio 1916, anche grazie all’interessamento del Duca d’Aosta, a cui scrisse una lettera, riuscì ad essere destinato al Comando Tappa di Cervignano del Friuli, sempre come volontario civile. Destinato inizialmente alla brigata “Acqui”, riuscì a farsi trasferire presso i bersaglieri ciclisti del terzo battaglione. In aprile i medesimi bersaglieri, presso i quali si era trovato a combattere, lo proclamarono uno di loro e lo stesso comandante, il maggiore Rizzini, gli consegnò l’elmetto piumato da bersagliere e le stellette.

La morte

Nell’agosto 1916 cominciò la sesta battaglia dell’Isonzo che si concluse con la presa di Gorizia. Il 6 agosto 1916, Enrico Toti, lanciatosi con il suo reparto all’attacco di Quota 85 a est di Monfalcone, fu ferito più volte dai colpi avversari, e con un gesto eroico, scagliò la gruccia verso il nemico esclamando “Nun moro io!” (io non muoio!), poco prima di essere colpito a morte e di baciare il piumetto dell’elmetto.

Fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con motu proprio dal re Vittorio Emanuele III in persona, non essendo immatricolato come militare a causa della sua inabilità, «perché ne sia tramandato il ricordo glorioso ed eroico alle generazioni future».

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