La mina austro-ungarica di monte Cimone

Il 23 settembre 1916 alle ore 5.45 gli austriaci con una mina di 14.200 kg. d’esplosivo fecero saltare la vetta.
La cima del Cimone scomparve e con essa le truppe della Brigata Sele, della 136 Compagnia Zappatori del 63o Battaglione del Genio, composta da 10 ufficiali e 1118 soldati.

Provenendo dalla pianura veneta, con direzione altipiano di Folgaria, la prima montagna che si incontra è il monte Cimone di Tonezza; al contrario per l’esercito italiano incalzato nel maggio 1916 dagli austriaci – Strafexpedition – quello era l’ultimo gradino cui aggrapparsi. Gli austriaci, sfondato il giorno 15 la prima linea italiana di fronte a passo Coe, avevano conquistato il monte Maronia, poi il monte Maggio, e, dopo la distruzione del forte di Campolon operata dagli italiani in ritirata, si erano divisi in due colonne: una aveva attaccato la nostra difesa del passo della Borcola con l’intento di risalire verso il Pasubio e congiungersi con la colonna proveniente dalla Zugna, l’altra si era diretta verso il monte Cimone, presidiato dai soldati della 35° divisione italiana.

L'ossario di Monte Cimone
L’ossario di Monte Cimone

Il 24 maggio 1916 i reggimenti nr. 14 e 59 del Gruppo Rainer, truppe alpine di prim’ordine, attaccarono sorretti da forte concentramento di fuoco d’artiglieria e per gli italiani non ci fu nulla da fare: scacciati dalla cima essi si ritirarono sul Novegno e Pria Forà. Verso metà di giungo la controffensiva italiana era riuscita a recuperare gran parte del terreno perduto. La nostra linea andava grosso modo dai Coni di Zugna al monte Corno, tagliava il Pasubio quasi a mezzo, si posizionava a metà costa del monte Cimone, risaliva verso il riconquistato monte Cengio, per proseguire poi verso Asiago, il Mosciagh, l’Ortigara. Gli austriaci resistevano invece ad oltranza sul monte Cimone di Tonezza.

Le truppe italiane attuarono una prudente tattica di avvicinamento, già sperimentata con successo sul Col di Lana: dalla linea più vicina al nemico la sera nostre pattuglie uscivano con sacchi di sabbia e sassi che lasciavano davanti alle trincee nemiche, durante la notte questi ripari erano accresciuti al punto da formare un pericoloso avamposto dal quale portare una minaccia alla prima linea nemica. Grazie anche a questo metodo d’approccio ed al martellamento della nostra artiglieria, il 24 luglio l’attacco finale era riuscito ed il Cimone tornava italiano; l’attacco oltre che dal punto di vista militare costituì anche una impresa alpinistica ed il Val Leogra e il 154° fanteria furono giustamente insigniti della medaglia d’Argento al valor militare per l’impresa conclusa.

Al Comando della 11° Armata Austriaca risultò subito chiaro che non era possibile lasciare quest’importante posizione al nemico perché esso poteva progredire verso altre conquiste: il tenente Mlaker ed il gruppo pionieri di Linz furono allora incaricati della costruzione di una galleria di mina per far saltare il presidio italiano. L’ufficiale decise che la galleria dovesse iniziare dal vecchio corpo di guardia, distante soli 25 metri dalla posizione italiana, ma fu necessario prima collegarla con camminamenti alla zone di ricovero e magazzini del genio. Dopo dieci giorni gli austriaci, completati i lavori preliminari, aggredirono la roccia verso il presidio italiano con due gallerie, una vera ed una di disturbo per una eventuale contromina nemica.

Cartina austriaca del fronte
Cartina austriaca del fronte

Data la relativa vicinanza dell’obiettivo, i genieri austriaci si limitarono a costruire una galleria di cm. 80×110, ed il giorno 18 settembre tutto era pronto per il caricamento della camera di scoppio. La carica, composta da 4500 kg. di dinamite, 8700 kg. di dinamon e 1000 kg. di polvere da sparo, venne fatta esplodere alle ore 5,45 del giorno 23 settembre: enormi blocchi di roccia volarono in alto per poi ricadere e frantumarsi al suolo. Quando la nuvola di polvere e fumo scomparve, ci si accorse che il profilo del monte Cimone era completamente mutato: al posto dell’unica cima ora ve n’erano due separate da un cratere di 50 metri di larghezza e 22 di profondità. Nelle caverne e trincee distrutte rimasero seppelliti i fanti del presidio composto da 10 ufficiali e 1118 soldati della Brigata Sele, della 136° Compagnia Zappatori del 63° Battaglione del Genio.

Non tutti gli italiani perirono nella deflagrazione. Le pattuglie del 59° Rainer furono accolte dal tiro di fucili e mitragliatrici dei sopravvissuti e la lotta si protrasse per ore; dal Cengio le batterie operarono un bombardamento durissimo che procurò sensibili perdite agli austriaci e che si protrasse per diversi giorni. Nel frattempo, nelle caverne sconvolte i feriti ed i sepolti gridavano aiuto, ma nessuno sotto quel fuoco d’artiglieria osava avventurarsi in loro soccorso. Il giorno 25 settembre gli austriaci inviarono un parlamentare al Comando Italiano per concordare una tregua per il recupero di morti e feriti, ma fu respinta perché si temeva che in realtà servisse a far pervenire rifornimenti. Le ultime grida dei sepolti cessarono ai primi di ottobre.
Il monte Cimone venne fortificato con diverse serie di trincee e caverne lungo i suoi fianchi e rimase sino alla fine della guerra una posizione austriaca.

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