La “morte bianca”, la valanga al Castelletto della Tofana

La “morte bianca” è il soprannome dato a tutte quelle morti di soldati causate da valanghe e assideramento.

La “morte bianca” ha iniziato la sua opera nel 1916. Dopo un primo periodo sostanzialmente mite e con scarse precipitazioni le condizioni meteo cambiano drasticamente. Nel febbraio del 1916 con continue ed abbondanti nevicate che proseguono fino ad aprile inoltrato e ricadono addirittura fino a giugno. Le condizioni di vita oltre i duemila metri, soprattutto d’inverno, sono proibitive. Come se non bastasse, gli inverni 1915/16 e 1916/17 sono stati i più freddi del periodo 1900-1940.

Il cimitero "della valanga" costruito a Cianzopè
Il cimitero “della valanga” costruito a Cianzopè

In questo contesto si inserisce la valanga che il 13 dicembre 1916 uccide 95 artiglieri del 1° Rgt. Art. da Montagna, 3^ Batteria, sotto il Castelletto della Tofana. La valanga smuove più di 4 milioni di metri cubi di neve seppellendo la strada delle Dolomiti. Per permettere il passaggio sarà necessario scavare una galleria nella neve accumulata che in quel tratto raggiunge uno spessore di 18 metri. Le vittime vengono recuperate solo nella primavera successiva e sepolte in un apposito cimitero, detto “della Valanga”. Esso fu costruito a Cianzopè, sulla strada che da Cortina d’Ampezzo sale al Passo Falzarego. Le salme furono successivamente traslate nell’Ossario del Pocol.

Il racconto dei soccorritori

Luciano Viazzi riporta il racconto di un superstite della batteria che descrive il salvataggio del sergente Moscheri. “Ai piedi del Castelletto ormai conquistato, le baracche degli artiglieri scomparivano sotto l’enorme strato di neve. Sulla strada delle Dolomiti i muli affondavano fino alla testa e non distinguevano più la via diritta. Alla vigilia di Natale neppure i reparti dell’artiglieria, benché più vicini alle salmerie, avevano ricevuto i viveri. Il sergente Moscheri e tre altri uomini, erano buoni sciatori. In mancanza di sci si erano adattati alle scarpe due pezzi di tavola. Con tali attrezzi, del tutto rudimentali, erano riusciti a raggiungere Rumerlo. Avevano portato indietro alcuni pacchi natalizi ed un vistoso bottiglione di Clinto.

C’era un pacco anche per il sergente Moscheri, mandato dalla sua mamma, dallo sperduto villaggio ai piedi delle Marmarole. Aveva lavorato per lui un soffice panciotto di lana e preparato anche il «zelten », una specie di panettone schiacciato. Riempito di fichi, uva passa, noci e pinoli, come si usa fare in certi paesi del Cadore in occasione del Natale. La povera vecchietta aveva messo nel pacchetto anche un’immagine sacra, la «Madonna della Valanga ». E vi aveva scritto sotto con ingenuità tutta montanara: «Questa ti salverà dalle disgrazie ». Il sergente non poté fare a meno di mostrare l’immagine ai commilitoni. Vedendo una Madonna al posto della morosa che s’aspettavano di scoprire, si fecero delle matte risate. Ma il sergente nascose con profonda devozione quell’immagine nella tasca interna del panciotto. Dopo tutto gli ricordava la sua vecchia mamma lontana.

La leggenda della “Madonna della valanga”

I compagni alimentavano con buona legna di larice, gocciolante di resina, la piccola stufetta di ghisa. Spesso arrivava ad arroventarsi; minacciando il legno delle pareti. Con i bicchieri allineati, colmi di vino gelato vicino al fuoco, il Moscheri raccontò in poche parole la leggenda. Quella della “Madonna della Valanga” a cui erano devoti al suo paese. Anche là, le valanghe non erano rare, né d’inverno quando la neve s’accumulava per vari metri né in primavera quando s’ammassava fin presso le case. Da tempo immemorabile esisteva un piccolo santuario ritenuto miracoloso. La cappelletta si ergeva proprio sul pendio più battuto, al riparo di un dente di roccia. La sacra immagine della Madonna era coperta da ex voto per grazie ricevute.

Il fatto miracoloso era accaduto, molti anni addietro. Un legnaiuolo del paese se ne stava con la moglie ed una figlioletta, raccogliendo legna nel bosco sulle pendici di questa montagna. Ad un certo punto sentirono lo scroscio formidabile della valanga, che scendeva proprio lungo la china. I tre disgraziati erano proprio sulla traiettoria e pensarono di non avere più scampo. Allora alzarono le mani al cielo gridando: Santa Maria prega per noi! In quel mentre, la valanga che incombeva ormai a poche decine di metri sopra di loro, si divise in due. Precipitando a valle con fragore di tuono, ma lasciando i tre completamente illesi.

In memoria di questo fatto miracoloso, la popolazione volle erigere in quel punto una piccola chiesetta, dove ancor oggi le valanghe che scendono dalla montagna si rompono contro il sasso dividendosi in due fiumane di neve ai lati. Cosicché il piccolo santuario ha sempre resistito a tutte le frane e le valanghe che si sono abbattute su quel valloncello per più di cento anni. Nel mentre il sergente raccontava questa storia, gli altri prepararono un mazzo di carte per vegliare almeno sino a mezzanotte, per scolarsi il pintone di clinto.

L’arrivo della valanga

Dopo un’ultima ispezione ai soldati che chiacchieravano sommessamente sulla paglia delle loro cuccette e data un’occhiata ai muli intenti a masticare con olimpica lentezza il fieno rimasto nei cantucci delle mangiatoie, il sergente ritornò presso i suoi compagni: «Quanta neve fuori! Se la continua a venir giù in questo modo, addio rancio di Natale! Scatolette di carne e galletta ci toccherà mangiare». Ma i giocatori erano distratti. L’uno raccontava di altre grandi nevicate a Sappada, dove alla mattina a stento si poteva uscire dalle finestre del primo piano, l’altro ricordava episodi di grosse valanghe e tutti pensavano che in quel momento anche nelle loro case lontane si vegliava, aspettando la venuta di Gesu Bambino.

Verso la mezzanotte, Moscheri si avvicinò alla stufa che già si raffreddava e vi gettò alcuni piccoli tronchi di pino. Stava accendendo un pezzetto di carta alla fiamma della candela, quando udì il rombo cupo e vibrante della valanga. Parve che persino il suolo fosse scosso da un terremoto e nessuno ebbe il tempo di rendersi conto di cosa stava succedendo. Le baracche degli artiglieri, prese fra l’enorme pressione della neve in moto, si schiacciarono come scatole di fiammiferi sotto un rullo compressore. Gli sciatori di soccorso, inviati la mattina dopo sul luogo del disastro, riuscirono a recuperare poche salme e qualche carogna di mulo. Ma ad un certo punto i soccorritori vennero richiamati da grida soffocate.

Era mai possibile che in quel tragico sconvolgimento, già livellato dalla nuova neve, ci fosse qualcuno ancora vivo? Gli sciatori si avvicinarono perplessi al luogo dove sembrava provenissero le grida e scorsero un tubo di stufa che affiorava. Proprio da quel tubo provenivano le grida disperate di aiuto. Rimossa febbrilmente la neve, ad una profondità di circa quattro metri fu trovato il sergente Moscheri, un po’ malconcio ma ancora vivo. Egli doveva la sua salvezza al caso fortuito, miracoloso, di essersi trovato col viso presso l’estremità del tubo di stufa che gli aveva permesso di respirare. Cosi la “Madonna della Valanga” ebbe un altro ex voto!”

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