Rovereto piange Pierluigi Laezza: alpino, amministratore, partigiano

Si è spento a 91 anni, dopo un vita piena di tante cose. Pierluigi Laezza, amministratore comunale, alpino, partigiano, roveretano impegnato nel sociale, papà e nonno, alpinista per hobby e innamorato della montagna per passione, se n’è andato dopo aver lasciato il segno. Nella città che non l’ha visto nascere, ma che l’ha osservato crescere, e di cui lui si è preso cura, una volta uomo. Assessore per 12 anni l’ha disegnata, in tempi in cui si passava dalla giungla edilizia ai primi piani urbanistici. Le ha assicurato servizi, come il completamento dell’acquedotto. Soprattutto, le ha voluto bene.

Pierluigi Laezza
Pierluigi Laezza

Difficile raccontare Pierluigi Laezza, perché di cose ne ha fatte tante davvero. Classe ‘29, è cresciuto in Friuli, nel paesino d Claut, dalle parti di Erto e Casso, dove sarebbe tornato molti anni dopo come volontario, all’indomani del Vajont. Nel ‘43 era ancora giovanissimo, la guerra poteva essere cosa che non lo riguardava. Invece scelse e scelse la parte giusta: partigiano nel battaglione Osoppo, nome di battaglia Lupo, si fece due anni in montagna, tra i partigiani verdi (e lui, centrista e moderato, alla distinzione ci teneva). Finita la guerra, prestò servizio negli Alpini, dove divenne istruttore militare di alpinismo: lasciò l’esercito congedandosi con il grado di capitano nel ‘52. E iniziò a costruirsi la sua vita da civile.

Geometra, quando a studiare erano in pochi ed erano solo quelli svegli, mise in piedi il proprio studio ed esercitò per cinquant’anni. «Ma lui avrebbe voluto fare il medico» ricorda ora il figlio Giovanni, presidente della fondazione Museo civico. Invece costruì case, tra le altre cose.
Sposato con Rosetta, con cui condivise casa, responsabilità e sogni diventati progetti per 63 anni, crebbe tre figli: Umberto, Giovanni e Raffaella. Ha amato tutti e tre, naturalmente, ma Umberto l’ha portato in una dimensione diversa. Disabile, aveva bisogno di assistenza, aiuto ed energie. Lui e la moglie non si limitarono a dargli quelle. Si inventarono un mondo tutto intorno: nacque così la cooperativa Iter, messa in piedi assieme a pochi amici e diventata nel tempo, punto di riferimento per il mondo della disabilità.

Per Pierluigi c’era la famiglia, c’era il lavoro e c’era il sociale. E poi c’era l’impegno pubblico. Candidato nel ‘78 come indipendente nella Dc, divenne assessore nella giunta di Pietro Monti: lavori pubblici ed urbanistica, che seguì fino all’83. Cinque anni in cui fece molto, ma su tutto, tre sono probabilmente le iniziative che si ricordano. Ridisegnò la città in due modi: con il primo piano traffico e con il piano urbanistico, il Prg Mancuso. E poi sotto il suo assessorato vennero completati i lavori di ampliamento dell’acquedotto: opera che porta pochi voti, garantisce poca visibilità ma tende ad essere indispensabile per i cittadini. Nell’83 si ripresentò alle urne e tornò in giunta, con Michelini. Ci rimase fino al ‘90, assessore alle attività economiche. Anni intensi, dove in città si iniziava a seminare l’idea di un museo d’arte moderna e contemporanea capace di essere attrattivo oltre regione.
Ma la politica non esauriva le sue passioni, di sicuro non esauriva le sue energie. Perché a prendersi quelle c’era, nei momenti liberi, la montagna. Alpinista, istruttore con Walter Bonatti, Carlo Mauri e Riccardo Cassin, ogni giorno libero lo passava in parete. Con una predilezione per la cima grande di Lavaredo, ma con un altrettanto forte amore per il Lagorai, di cui conosceva ogni cima. Si dedicò alla montagna anche quando l’età avanzata poteva consigliare pudenza. Lui lassù saliva ancora. «L’ultima uscita è stata a spigolo Piaz, sulla Torre Delago, sul Vajolet – ricorda Giovanni Laezza – era assieme all’amico e guida alpina Roberto Assi. Aveva 80 anni». A sciare andò ancora altri 5 anni. Poi decise che poteva riposarsi.

L’ultima uscita pubblica, al matrimonio del figlio Giovanni, in municipio. Rientrava nella sala del consiglio, dopo tanti anni, e lo faceva con il figlio e il nipote, entrambi impegnati in ruoli pubblici. Era stata un’emozione per tutti, per lui era stata l’occasione per spiegare qualcosa al sindaco. Di cose da dire ne aveva ancora molte.
Adesso se n’è andato. Ieri alle 16, in S. Caterina, i funerali: per lui, il coro di amici «No Alpitour» ha intonato il «Signore delle cime».

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